“Agli uomini piccoli piacciono gli uomini grandi”
Abbiamo assistito al punto stampa di Futuro Nazionale del 15 luglio 2026. Giunta la notizia che il generale Roberto Vannacci sarebbe venuto in Abruzzo, prima a Pescara (il 14) poi a Vasto, nella nostra città, come collettivo abbiamo sentito la necessità di esporci a riguardo. Ci è sembrato però opportuno, in alternativa ad una manifestazione in forma di presidio o sit-in, optare per un mezzo di comunicazione che ci permettesse di approfondire, analizzare e sviscerare gli argomenti trattati dal generale nel punto stampa, riorganizzandoli e interrogandoci sulle cause del suo successo mediatico – anche in luce della partecipazione che abbiamo visto con i nostri occhi. Abbiamo individuato quattro macro-temi.
- Quote rosa: merito o inclusione?
- Famiglia naturale o ideologica?
- Linguaggio vannacciano: l’uomo forte e i suoi slogan
- I giovani si accasciano: tutti a destra!
Quote rosa: merito o inclusione?
Una parte alquanto centrale nel discorso del generale, ma anche in quello della nuova imputata di Futuro Nazionale, Sabrina Bocchino, sono state le quote di genere, dette anche “quote rosa”. Bocchino a riguardo esclama: «…progetto che mette al centro il merito, cosa che non è, vi garantisco, assolutamente scontata, soprattutto per noi donne. E non voglio parlare di quote rosa perché non ci interessano: lui mette al centro il merito, quindi uomo o donna non è un problema…».
Un’affermazione parecchio discutibile, nonché contraddittoria. Bocchino evidenzia quanto sia insolito “soprattutto per le donne” ricoprire un ruolo in base al merito, ignorando dunque gli ostacoli che devono affrontare – come il gender gap, il soffitto di vetro o i pregiudizi impliciti – che rendono il riconoscimento delle proprie competenze molto più difficile rispetto ai colleghi uomini. Continua però mostrando un acceso disinteresse verso le quote rosa, il cui obiettivo è proprio quello di colmare il divario di genere attraverso la legislazione. In primis con la legge 120/2011 e successivamente con la legge Golfo-Mosca, che ha imposto alle società quotate in borsa e alle aziende pubbliche di riservare al genere meno rappresentato almeno un quinto dei componenti del consiglio di amministrazione. Inoltre, sembra voler enfatizzare il concetto di merito, come se non fosse accusata di corruzione nell’ambito di uno dei quattro filoni d’inchiesta sulle attività e sugli appalti dell’imprenditore della sanità Vincenzo Marinelli. La Bocchino avrebbe ricevuto un finanziamento di 5 mila euro per la campagna elettorale, assunzioni di suoi sostenitori, borse firmate, gioielli, champagne costosi, ecc. Allora è davvero necessario parlare di merito quando il buon vecchio patriarcato ha un fascino così accecante da arrivare a strumentalizzare il proprio genere? Quanta incoerenza!
Tornando sulle quote rosa, consideriamo le parole dello stesso Vannacci: «…Io penso sempre a questa assurdità delle quote rosa. Noi abbiamo inserito le quote rosa nella parte dirigenziale del Paese. Ma perché non le abbiamo inserite anche nella parte non dirigenziale? Perché non mettiamo le quote rosa nella professione del fabbro o del carpentiere?…» La risposta è semplice: il termine stesso “quote rosa” fa riferimento a una strategia di azione volta a garantire una rappresentanza minima delle donne in ambito lavorativo e decisionale. Si tratta di uno strumento cruciale per promuovere una società più inclusiva. L’obiettivo è quello di evitare la minoranza femminile nei settori politici ed economici, togliendo il monopolio del potere decisionale agli uomini e affidandolo anche a chi, con la propria presenza, può scardinare i pregiudizi e gli stereotipi di genere, radicati nella cultura patriarcale. Certo, sarebbe ideale se questo meccanismo si attivasse senza bisogno di legiferare; poiché ciò non accade, diventa indispensabile correggere, affinché un giorno la parità di genere diventi una realtà consolidata.
«Finché le donne non potranno esserci per contare, è essenziale che continuino a contare per esserci.»
Murgia, M. (2021). Stai zitta. Einaudi.
Famiglia naturale o ideologica?
Citando le parole del generale rispetto la famiglia tradizionale, afferma così: “…perché è vero che è tradizionale ma è anche vero che risponde a una legge naturale che ci è data da madre natura. Questo è il concetto principale, è fondamentale. E’ la famiglia naturale che l’ha fatta diventare tradizionale e non il contrario”. Vannacci afferma quindi che sia stato proprio questo dato naturale a permettere il consolidamento del modello di famiglia da lui riconosciuto.
Utilizzare questa retorica significa naturalizzare la storia, trasformando ciò che è il frutto di un percorso culturale e umano in una legge biologica immutabile, e normare e normalizzare la realtà a proprio piacimento, talvolta rivendicando posizioni etnocentriche. Nessuno nega le tradizioni culturali del nostro paese, o che il modello statisticamente più presente sul territorio italiano sia una famiglia eteronormativa, ma scegliere di proteggere e parlare solo di questi nuclei familiari significa dimenticare tutte le altre realtà ugualmente presenti – ignorando nei suoi discorsi retorici tutti gli altri modelli presenti questi non vengono considerati esistenti.
Parlare di famiglia implica necessariamente entrare nell’ambito della parentela, la quale, spesso mascherata dal dato biologico, genera legittimità solo nel momento in cui si condivide una relazione biologica; solo allora si acquisisce lo status di “parente”. E’ lo stesso vincolo genetico ad essere confuso come “naturale”, termine che viene svuotato di significato per diventare sinonimo di normalità. Naturale è invece solo l’evidenza del rapporto di procreazione, di cui nessuno nega il carattere biologico. Ma la parentela è un sistema simbolico che si estende al di là della biologia, fino al punto in cui le relazioni non biologiche (“extra nascita”) possono diventare preponderanti rispetto a quelle di procreazione. Essendo la parentela soggetta a cultura e norme sociali, non è possibile affermare vi sia un unico modello di famiglia se non esiste un principio universale.
Appellarsi ad una legge naturale nella retorica del generale equivale non solo a fare informazione con una dose smisurata di imprecisione (che ossimoro!), ma a riferirsi ad un immobilismo condannante, cioè escludere ogni possibilità altra. Se ciò che è naturale è necessariamente esistente (o meglio visibile), ogni altra struttura verrà cancellata. Non verranno solo cancellati modelli alternativi che a tentoni rivendicano spazio ed esistenza in una società già rigida nella propria organizzazione; questo implica l’invisibilizzazione vera e propria di identità e soggettività, portandole ai margini e lasciandole al di fuori del dibattito politico e sociale.
Linguaggio vannacciano: l’uomo forte e i suoi slogan
“Esiste una parte viva, vasta e profonda della cittadinanza che non si riconosce più in una dialettica timida, fatta di tinte spente e volti smorti, di braccia basse e calici annacquati, di linguaggi misurati e vie di mezzo.” E’ dal manifesto stesso di Futuro Nazionale che si evince l’efficace tattica selezionata, ora da Vannacci, e storicamente da tutte le destre mondiali, nei periodi di crisi: abbandonare programmi e discorsi politici strutturati e studiati, per ricorrere a un’esiziale semplificazione di linguaggio, idee e valori, sino al raggiungimento di slogan forti e polarizzanti.
“Il femminicidio non esiste”, “Organizzo il mio partito come la guerriglia”, “Gli omosessuali non sono normali”, “Con noi l’Italia tornerà a essere la casa degli italiani”, “Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande”, “Il fascismo è morto 80 anni fa”: questi sono solo alcuni dei suoi cavalli di battaglia, ripetuti instancabilmente e febbrilmente. Essi funzionano perfettamente a causa di determinate loro caratteristiche: la ripetibilità, dal momento che insistenza e ridondanza garantiscono l’attenzione e la fiducia dell’elettorato; il lessico semplice, concreto e accessibile, poiché dà agli ascoltatori un senso di vicinanza e permette loro di afferrare subitaneamente il senso di ciò che stanno udendo; e la brevità, la quale assicura che i concetti rimangano impressi nell’immaginario collettivo. Questi elementi qualificano emblematicamente Vannacci come fenomeno politico: uomo freddo, deciso, ostinato e motivato, si avvale del suo passato da militare e della sua figura forte e rassicurante, per sfamare l’esasperazione degli elettori dei partiti tradizionali di destra e il loro estremismo represso nei confronti di tutta una serie di movimenti di “sinistra”, come il politically correct e la cultura woke. Vannacci, infatti, attraverso un tono pacato e aperto al confronto, ricorre ad un linguaggio equivocabile (fai caso all’uso dell’aggettivo “anormale” nei confronti delle minoranze, giustificato in quanto preso nella sua accezione di “non statisticamente maggioritario” e non di “fuori dalla norma” o “depravato”) che normalizza tacitamente concetti estremi e strizza l’occhio ad una retorica fascista ed eversiva: dai riferimenti alla X mas, alla sua collana ben esposta con l’ascia bipenne, al font littorio di Futuro Nazionale, al “Camerati” di Domenico Furgiuele, alle braccia levate di Pescara e non solo, al “Badogliani” con cui si rivolge al centrodestra traditore, sino agli “arditi futuristi”, suoi fidati elettori.
Non solo, è estremamente ricorrente l’utilizzo di formule ed immagini militari, le quali scuotono le menti degli elettori di Futuro nazionale rivangando miti come quello della guerra, che si fondano su ideali nazionalisti e patriottici. Non a caso, gioca un ruolo fondamentale, nella sua campagna politica, l’epiteto di “Generale”, che implica rispetto, esperienza e affidabilità. Per non parlare dei continui rimandi alle sue operazioni militari in Afghanistan e Iraq.
Tutto ciò costituisce il profilo del leader perfetto per l’uomo perso e deluso, che cerca un capo in cui identificarsi, capace di fornire un nemico facilmente individuabile e di promettere ordine, protezione e sicurezza nazionale: come ci suggerisce Freud, in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, l’uomo proietta nel capo, potente e risoluto, il proprio “ideale dell’Io”, ovvero ciò che sarebbe se trovasse il coraggio di portare alla piena realizzazione le proprie idee. È questo, infatti, che accade agli uomini che provano frustrazione nei confronti del fallimento di politiche economiche, sociali e culturali: cercano un capro espiatorio e una politica identitaria. Come ha fatto Vannacci, però, concretamente, a prendere realmente piede, sino a raggiungere, ad oggi, il 7,6% del consenso? Ha sfruttato demagogicamente, oltre alle suddette tecniche, l’algoritmo. Difatti, attraverso la sua retorica divisiva, la sua capacità di indignare, le sue affermazioni scandalose, i dibattiti televisivi, i podcast, adesso anche i video con l’ia, è riuscito a ottenere la visibilità che ha generato il “fenomeno Vannacci” che ora tutti conosciamo. Non a caso, ha introdotto lui, in Italia, la tecnica trumpiana della “slopaganda”: provocare l’opinione pubblica, attraverso contenuti beceri realizzati con l’ia, per far parlare ovunque di sé.
E purtroppo è così che, come ci insegna Hannah Arendt, allontanando la comunicazione dalla concretezza dei problemi veri e parlando solo attraverso parole grandi, quali “Dio, patria e famiglia”, che ci si dimentica di storicizzare la realtà e si giunge alla realizzazione di un mondo ideale, dove la propaganda oscura la verità attraverso fatali ideologie.
I giovani si accasciano: tutti a destra!
Ciò che più di tutto coglie l’attenzione anche dei meno interessati, è l’alto tasso di partecipazione giovanile. Checché ne dica lo stesso Vannacci, il quale ha affermato con assoluta precisione che il 70% del pubblico nel comizio del giorno precedente era composto da giovani, non si può negare che egli raccolga più consenso tra le nuove generazioni di quanto ci si potesse aspettare a primo impatto. E questo è un dato che deve sicuramente preoccuparci.
Come ha potuto, una politica di tal sorta, reclutare tanti ragazzi? Un partito che predica Dio, Patria e Famiglia, cosa ha da spartire con le nuove generazioni? Sia chiaro, i giovani hanno sempre avuto le loro opinioni politiche discordanti tra loro, anche di molto: eppure risulta singolare questo nuovo interesse politico, soprattutto perchè rimasto latente, possiamo dire, negli ultimi vent’anni. Non si può fare però a meno di notare, come il giovane vannacciano segua a colpo d’occhio una fisionomia precisa: capelli corti, sguardo fiero da Italiano, maglia nera e, per i più arditi, camicia; talvolta li si può trovare con il braccio teso. Con questo non si intende che sia tutto da ricondurre a una macchietta, ma questa osservazione (puramente empirica), ci dà contezza di una possibile motivazione per questo successo. E’ probabile che, per chi proveniente da idee e tradizioni autoritarie, razziste, xenofobe, o chi abbia in adolescenza giocato a fare il fascista, Vannacci, al contrario degli altri partiti di destra (che pure hanno fatto il loro, ma si sono infine istituzionalizzati o hanno perso credibilità), abbia risvegliato un sentimento nuovo, di impulso, e creato un contesto in cui, con nuovi termini ma lo stesso fervore, questi soggetti hanno trovato un nuovo spazio in cui non si sentono più frenati, dove il loro odio e i loro gesti sono perfettamente in linea con il programma del partito. Non vorremmo usare un’immagine troppo letteraria, colorita o che risulti sgradita, ma paiono vermi che fuoriescono dal terreno alla prima pioggia.
Vannacci ha esordito in questo punto stampa con questa frase: “organizzo il mio partito come la guerriglia”. La sua intenzione sarebbe dare sfogo alla libera iniziativa, in un contesto decentrato e alternativo alla gerarchizzazione dei partiti tradizionali (capeggiati, a detta sua, da “poltronai”), dando implicitamente il via libera ad ogni tipo di comportamento violento e repressivo, sguinzagliando eroici squadristi intenti a salvare l’Italia (in un’ottica conservatrice), ma al contempo declinando ogni responsabilità per queste azioni alla libera iniziativa dei singoli soggetti. Ora, questa non è una tecnica nuova, come ben sappiamo. E’ necessario però sottolineare come lo spostamento del consenso del giovane elettorato maschile verso posizioni di estrema destra, non sia una prerogativa dell’Italia, risultato della nostalgia fascista (per quanto questo, tutt’altro che un dettaglio, renda il fatto ancor più grave), ma una tendenza riscontrabile in tutta Europa e non solo: in un’analisi sociologica della questione, troviamo la spiegazione nel cosiddetto “voto per genere”.
Assieme al crescere del consenso per le destre, cresce anche il divario elettorale da giovani maschi e la controparte femminile, che tende invece ad orientarsi verso idee radicali di sinistra. Nelle elezioni federali in Germania, ad esempio (parlando di giovani tra i 18 e i 24 anni), se un terzo delle giovani tedesche ha votato a sinistra, un quarto dei giovani uomini ha votato a destra (il 25%)¹, tanto da permettere ad Alternative für Deutschland di raggiungere il 21%. Lo stesso avviene in Francia nei confronti di Rassemblement National di Marine Le Pen o in Olanda per il Partito delle Libertà (PVV) di Geert Wilders. L’European Policy Centre² sostiene, in un paper, come il voto dei giovani uomini sia influenzato soprattutto da un progresso socio-economico che sta lentamente portando alla perdita dei privilegi maschili in termini di reddito e di status, senza considerare il lato prettamente culturale.
L’insieme di questi fattori e la generale situazione di crisi in cui le nuove generazioni sono immerse fino al collo, fa inevitabilmente virare molti maschi bianchi verso atteggiamenti conservatori o addirittura reazionari, nel disperato tentativo di riportare in auge assetti sociali e culturali passati; il fine è quello ottenere dunque un riscatto per un presunto primato ingiustamente negato loro. Il compito delle opposizioni, della sinistra o di chi cerca di scongiurare l’ascesa delle destre estreme, non è cercare di guadagnare una striminzita percentuale di elettori con promesse impossibili, o di sfidare il leader del partito in improbabili duelli sportivi… E’ quello di riportare la politica ai problemi concreti, ispirare con i fatti, con programmi seri e realizzabili, con attenzione alla popolazione e ai suoi bisogni.
– Mariachiara Iammarino, Benedetta Menna, Martina Laezza, Lorenzo Del Monte, Luca Barbati

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