Il referendum che si terrà il 22/23 marzo 2026 è volto a confermare o respingere una legge di revisione costituzionale. In particolare incide sull’organizzazione della magistratura, introducendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. A primo impatto può sembrare, dunque, una riforma positiva, ma andiamo ad osservare le conseguenze della possibile vittoria del SÌ, oltre alla separazione delle carriere. 

Iniziamo col dire che il referendum prevede anche un impatto su alcuni articoli della COSTITUZIONE. Ogni anno, infatti, solo circa 30 magistrati (lo 0,2%) passano da pubblico ministero a giudice o viceversa; questo passaggio prevede un iter molto impegnativo e spesso implica un cambio di sede regionale. Inoltre oggi il consiglio superiore della magistratura è unico e ha un costo annuale di 50.000.000. Con la vittoria del SÌ, si dividerebbe in due consigli assieme all’istituzione di un’alta corte. Il costo, perciò, ammonterebbe a 150.000.000. Non è finita qui, i rappresentanti nominati dalla politica (i laici) saranno sorteggiati in una lista prestabilita (sorteggio temperato) senza che venga indicato quanti nomi dovrà comprendere questo sorteggio o chi stilerà la lista.  Questo significa che i giudici potrebbero subire maggiore influenza dal potere politico.

Ad oggi i membri del Consiglio Superiore della magistratura vengono eletti per 2/3 tramite votazione dagli stessi magistrati (togati), mentre il rimanente 1/3 dei membri sono laici e vengono eletti dal parlamento con una quorum di 2/3 del parlamento stesso. Effettivamente questo cambiamento ha un impatto sull’articolo 104 secondo cui la magistratura è un organo indipendente ed autonomo; con il referendum la magistratura avrebbe un controllo politico esercitato dal potere esecutivo (governo). C’è anche da sottolineare che la separazione delle carriere, di fatto, già esiste:  il Decreto Cartabia del 2022 prevede la possibilità di passare da PM a giudice, o viceversa, una sola volta entro i primi 10 anni di carriera. 

Le dichiarazioni della propaganda per il “sì” sono altrettanto contraddittorie. Il ministro della Giustizia Nordio ha affermato che la riforma gioverebbe sia alla destra che alla sinistra, e che non migliorerà in nessuno modo l’efficienza e i tempi della giustizia. Il capo di gabinetto del ministero della Giustizia Bartolozzi ha affermato che con la riforma verranno “eliminati” quei magistrati che si comportano come dei plotoni di esecuzione. Sono forti anche le affermazioni di alcuni PM, come Gratteri, il quale  dichiara che in alcune aree geografiche voteranno SÌ gli indagati, gli imputati e le persone vicino alla massoneria deviata che troverebbero benefici da una giustizia meno efficiente. Per esempio, Licio Gelli ha ammesso 17 anni fa che la separazione delle carriere e i test psicoattitudinali per i magistrati erano obiettivi del “Piano di rinascita democratica” della loggia massonica P2 guidata da suo padre. 

Separazione delle carriere , ma a che costo? 

– Francesca Di Tizio


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