Se, come diceva Feuerbach, “l’uomo è ciò che mangia” e se ciò che mangia non è più semplicemente “cibo”, cibo per come abbiamo imparato a conoscerlo, concepirlo, definirlo, cibo-e-basta, allora non è più semplicemente “uomo”, uomo-e-basta: è qualcos’altro. Un nuovo cibo viene mangiato da un nuovo uomo. Il “post-food” (per esempio il Soylent, composto puramente chimico interamente sostitutivo di qualsiasi regime alimentare, o la carne in vitro, carne “coltivata” in laboratorio a partire da cellule staminali) non è fatto per gli uomini, ma per i “post-uomini”. E dei post-uomini non avrebbero certo bisogno di “cibo”, ma di “post-cibo”.
Ovviamente, le cose non stanno esattamente così, non sono così semplici. Il contributo punta a delineare le possibili basi di una riflessione semiotica su una delle tendenze di maggiore rilievo nella storia culturale recente dei paesi occidentali e post-industriali: il veganismo. Le frange eticamente o politicamente motivate di tale movimento si fondano su una nuova concezione di umanità e della relazione che questa dovrebbe intrattenere con l’ambiente circostante e i suoi altri abitanti: l’antispecismo, ovvero la convinzione che la prospettiva antropocentrica storicamente dominante sia sbagliata e che, quindi, non si debba operare una netta distinzione tra “animali umani” e “non umani”. Alcune frange dell’antispecismo si ricollegano esplicitamente al trans- o post-umanismo, un movimento filosofico, estetico e tecnologico che mira a ridefinire la natura umana attraverso una sua decostruzione critica, alla luce dei paradigmi della complessità e dell’interconnessione. Gli orientamenti citati sollevano questioni cruciali, mettendo in luce le contraddizioni del sistema economico, sociale e culturale all’interno delle cui griglie viviamo; direbbe Fisher: all’esterno delle cui griglie non riusciamo a immaginare di potere vivere. Allo stesso tempo, appaiono fortemente articolati e attraversati da tensioni e contraddizioni simili che, si potrebbe aggiungere, stanno forse alla base del loro solo parziale compimento come movimenti che mirano programmaticamente alla trasformazione della realtà. Laddove filosofi e attivisti hanno già proposto un vero e proprio nuovo modello antropologico, l’antispecismo pare ancora mancare dei mezzi materiali atti a tradurlo in realtà. Ammesso che si voglia farlo.
fonte
Mangiare l’immangiabile: spunti(ni) di semiotica dell’antispecismo (e dell’anti antispecismo)
Gabriele Marino, Università degli studi di Torino
CAPRA LIBERA TUTTI
CAPRA LIBERA TUTTI è un santuario abitato da più di 500 animali nato da oltre dieci anni in Italia, fonda le proprie radici nel valore della vita, il quale non è legato alla produttività, ma al fatto stesso di esistere. Prendersi cura significa assumersi una responsabilità, costruire relazioni e mettere in discussione un sistema che riduce gli animali a strumenti di profitto. La cura è un atto politico: rende visibili vite che altrimenti resterebbero nell’ombra e ci ricorda che, proprio perché siamo mortali, abbiamo bisogno di cura per vivere davvero. Nei santuari agli animali viene restituita la possibilità di attraversare tutte le fasi della vita. Invecchiare, ammalarsi, diventare fragili non è una condanna, ma parte di un percorso che scegliamo di rendere dignitoso. Anche la morte cambia significato: non è più programmata dall’industria, ma accompagnata dalla presenza, dalla relazione e dall’amore. Questo è il privilegio di invecchiare: vivere fino in fondo ed essere riconosciuti come individui, non come scarti. Prendersi cura fino alla fine significa riconoscere l’emozionalità e la dignità di ogni animale. Anche la morte fa parte della relazione, così come accade tra esseri umani. Per questo nel santuario vengono cambiate le regole: ciò che negli allevamenti viene eliminato perché fuori standard, qui viene accolto e curato. La medicina veterinaria tradizionale, pensata per corpi produttivi, non prevede animali anziani o con disabilità. Qui nasce invece una pratica diversa, che disobbedisce alla logica del profitto e rimette al centro l’individuo. Il santuario diventa un laboratorio vivente, dove si sperimenta una cura che non risponde alla convenienza, ma alla giustizia. Gli animali che arrivano portano sui loro corpi le conseguenze di una selezione genetica e di condizioni di vita progettate per lo sfruttamento. Il loro passato non può essere cancellato, ma possiamo lavorare per offrire un futuro migliore. In un luogo dove gli animali non devono servire a nulla, anche la disabilità cambia significato: non misura più ciò che manca, ma diventa parte di una vita riconosciuta dentro una rete di relazioni. Riconoscere la fragilità degli animali significa riconoscere anche la nostra. Nessuna vita è autosufficiente: viviamo perché siamo in relazione, e la cura rende ogni legame prezioso nel tempo che abbiamo. La maggior parte degli animali arriva attraverso sequestri per maltrattamento, situazioni in cui la legge prevederebbe l’abbattimento. Grazie a un dialogo costruito nel tempo, sempre più spesso vengono affidati a CAPRA LIBERA TUTTI. Tutto questo è possibile solo grazie a una responsabilità collettiva: in assenza di fondi pubblici, ogni gesto di cura nasce dalla solidarietà di chi sceglie di camminare al nostro fianco.
Dalle parole di Massimo, custode del luogo:
Chiunque viva qui ha la libertà di autodeterminarsi, di decidere chi essere, cosa fare, con chi stare e persino dove andare. Tutti gli animali hanno persino la capacità di andarsene… e a volte lo fanno. Vanno in montagna, ma la cosa meravigliosa è che tornano sempre, ovviamente come vuole il loro albero. Sono Massimo, il custode di questo luogo, e nelle righe che seguono voglio raccontarvi la nostra storia finora. Un amore distorto Fin da bambina, ho sempre desiderato trascorrere del tempo con gli animali; non chiedevo altro. A 14 anni, dopo aver finito le scuole medie, ho iniziato a lavorare in un negozio che li vendeva. Quando il circo arrivava nella mia zona, scappavo e passavo lì l’intera giornata. Mi occupavo degli artisti in quelli che ora considero spettacoli orrendi. Nella mia testa vedevo già una casa piena di animali che guardavano fuori dalla finestra. Poi, a 30 anni, ho deciso di fare il grande passo: ho comprato un terreno per diventare un allevatore. Avevo conigli nani, gatti persiani, pulcini e pecore. Li vendevo ai negozianti e, anche se notavo che si stava creando un legame tra me e loro, facevo finta di niente. In quel momento, per me, quella era la cosa positiva e lo è stata fino a quando, 6 anni dopo, un evento ha cambiato tutto.
Per molti anni ho usato gli animali, come tutti. Avevo appena venduto degli agnelli e non avevo idea di cosa sarebbe successo: le madri iniziarono a piangere disperatamente, continuando ininterrottamente per una settimana. Trascorsi la notte con le mani sulle orecchie e mi chiesi: “Cosa ho fatto?” Avevo portato via i loro figli, mi sentivo un mostro. In qualche modo riuscii a contattare quel commerciante di bestiame e a ricomprarli al doppio del prezzo. Oggi so che è sbagliato pagare per liberarli, ma allora mi sembrava l’unico modo per rimediare al mio torto. Decisi che non avrei più contribuito a tutta quella sofferenza. Da qui nasce l’idea di Capra Libera Tutti.
Accompagnai un amico in una stalla qui vicino, ma non volevo interagire con gli animali. Sapevo come sarebbe andata a finire altrimenti, quindi guardavo in aria. Poi però mi sentii tirare i pantaloni: era un piccolissimo capretto. Ha iniziato a mordicchiarmi, a giocare, a saltarmi addosso. Ci sono entrato in empatia, il che era un problema. Mi dissero che da lì a poco sarebbe andato al mattatoio con gli altri, era quasi Pasqua. Non potevo permetterlo. Dissi che lo avrei preso io e allora Thomas andò a chiamare il fratello, Sebastian. Come è andata a finire? Sono uscito da lì con 11 capretti. Cercavo un santuario in cui mandarli, ma in realtà non serviva: potevo crearlo a casa mia. Era una responsabilità grande, ma ci volevo provare. In quel momento mi sono guardato negli occhi con Thomas e abbiamo scelto: stava nascendo Capra Libera Tutti, stava nascendo un sogno. La finestra è diventata realtà Oggi, oltre 10 anni dopo, vivo con circa 500 animali che proprio da quella sofferenza di cui ti parlavo prima sono riusciti a liberarsi e ora si godono la vita, scoprono chi sono e si prendono il loro posto nel mondo. Per anni, quella casa con gli animali affacciati alla finestra che da bambino sognavo, è stata la quotidianità. Si mettevano in fila. Sempre con lo stesso ordine, sempre alla stessa ora.
“Transfemminismo e antispecismo: analizzare l’oppressione patriarcale tra le specie”
Consiglio la lettura di una tesi di laurea che parte da queste domande: esiste una relazione tra i valori patriarcali moderni e il consumo di carne che, come società, effettuiamo? Quali ripercussioni può avere sul modo in cui gestiamo i rapporti umani e ci poniamo all’interno della collettività?
Suddivisa in più paragrafi, si getterà lo sguardo sui vari pensieri di attiviste e attivisti animalisti e vegani quali Rasmus R. Simonsen e Carol J. Adams, femministe e studiose del postumanesimo come Donna Haraway, Angela Balzano e Federica Timeto. Attraverso le teorie di queste ultime ci si potrà dedicare ad un approfondimento sul rapporto tra scienza e femminismo, tra le implicazioni dell’industrializzazione capitalista e un’ecologia multispecie, un femminismo multispecie. Lo scopo di questa tesi è pertanto quello di rivolgere lo sguardo e la mente al non largamente diffuso pensiero antispecista e, più particolarmente, al nesso che esso intrattiene con il movimento transfemminista.
– Virginia Simeone

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