Per molto tempo si è ritenuto che non vi fosse distinzione tra genere e sesso, di conseguenza si riteneva che gli individui di sesso maschile o femminile dovessero possedere “per natura” le caratteristiche socialmente attribuite a tale sesso. Se quindi il sesso è un fatto naturale, non vi è altra possibilità che ridurre il genere a due categorie, sostenute da un sistema fondato sul binarismo di genere e eteronormativo. Così facendo, verrebbe negata la riconoscibilità delle identità genderqueer o gender non-conforming, minacciando il loro diritto all’esistenza. 
Genere e sesso sono invece ugualmente determinati da motivi storici e culturali. Il genere ci viene assegnato alla nascita, ma non è semplicemente scritto sui nostri corpi; ciò che semmai siamo obbligati a fare è riprodurlo attraverso la ripetizione stilizzata di atti [stylized repetition of acts], e la nostra identità diventa il prodotto della ripetizione di questi ultimi, non di un’essenza preesistente.
Quindi, le norme del genere ci precedono e hanno effetto su di noi, ma nel corso di questa riproduzione può rivelarsi una certa instabilità della norma, può svilupparsi una forma di resistenza. Nel bel mezzo dell’attuazione ci ritroviamo a fare qualcos’altro, ci ritroviamo a fare noi stessi, in un modo che non coincide esattamente con ciò che qualcun altro aveva preventivato per noi; accade un processo sovversivo e di autodefinizione.

“One is not born, but, rather, becomes a woman,”         

Simone de Beauvoir, The Second Sex





Il concetto di performatività di genere

Il genere non è qualcosa di concepito a priori, un fatto naturale, né un ruolo che può essere performato e che solo in seguito si scontra con il sociale. Per comprendere meglio quest’affermazione, è necessario introdurre la distinzione tra performance e performatività [performativity]: la performance implica che ci sia un soggetto e uno o più ruoli di cui questo possa vestirsi; nel concetto di performatività non vi è alcun soggetto dietro il ruolo, è l’atto stesso che produce, quindi crea, il soggetto. Il termine viene difatti utilizzato secondo l’etimologia della tradizione filosofica per cui nel pronunciare, nominare qualcosa, la pongo in essere.
È l’agente sociale che attraverso pratiche sociali e discorsive crea la realtà, piuttosto che descriverla. Così, alla nascita di un neonato, nel pronunciare “è un bambino” lo si rende tale, incastrandolo all’obbligo di riprodurre norme caratterizzanti quello specifico genere.
Il genere è quindi qualcosa che “si fa”, che si diventa, riprendendo le parole di Simone de Beauvoir, piuttosto che qualcosa che “si è”, una verità interiore o innata.

“There is no gender identity behind the expressions of gender. Identity is performatively constituted by the very ‘expressions’ that are said to be its results”

Judith Butler, Gender Trouble

Nel sostenere che il genere fosse performativo, Butler ha voluto affermare che nonostante l’apparizione del genere venga spesso fraintesa come segno di una verità interiore o innata, la sua riproduzione è sempre una negoziazione con il potere (di questo ha ampiamente discusso Monique Wittig); non vi sarebbe genere al di fuori della riproduzione di quelle norme che nel corso della loro ripetizione possono essere disfatte e rifatte in modi inattesi, aprendo così la possibilità di ricostruire la realtà del genere lungo nuove direttrici. L’aspirazione politica di questa analisi è infatti quella di rendere le vite delle minoranze sessuali di genere più possibili e più vivibili, così che i corpi non conformi alle norme di genere, al pari di quelli fin troppo conformi, siano in grado di respirare e di muoversi liberamente negli spazi sia pubblici che privati.

“Il mondo come dovrebbe essere tutelerebbe la possibilità di sovvertire la norma e offrirebbe supporto e conferma a quanti si trovassero a realizzare tali sovversioni”

Judith Butler, L’alleanza dei corpi

Il sesso (the sexed body) è un fatto naturale?

Il corpo è inteso come un processo attivo di incarnazione di certe possibilità culturali e storiche. Se il corpo è un’idea storica, la sua apparizione non è predeterminata da una sorta di essenza interiore, ma acquisisce il suo significato attraverso un’espressione concreta e storicamente mediata nel mondo. Nel spiegare la propria tesi, Butler cita Merleau-Ponty, il quale contesta le interpretazioni tradizionali dell’esperienza corporea e afferma: “the body in its sexual being is ‘an historical idea’ rather than ‘a natural species’“. Essere femmina è, secondo questa distinzione, una fatticità materiale [material facticity] priva di significato; ma essere una donna significa essere diventata una donna, costringere il corpo a conformarsi a un’idea storica di “donna”, indurre il corpo a diventare un segno culturale, materializzare sé stessi in obbedienza a una possibilità storicamente delimitata, e fare tutto ciò come un processo sostenuto e ripetuto.
Secondo Butler, il genere si definisce come the cultural significance of the sexed body; se il genere è il significato culturale che il corpo sessuato assume, e se tale significato è co-determinato attraverso vari atti e la loro percezione culturale, allora sembrerebbe che non sia possibile conoscere il ‘sesso’ come distinto dal ‘genere’. Questa formulazione sposta la concezione del genere dal terreno di un modello sostanziale dell’identità (essenzialismo), verso uno che richiede una concezione di temporalità sociale costituita (costruttivismo).
Allo stesso modo Monique Wittig affermava che l’identità sessuale non avesse nulla di naturale, stabile e immutabile, e attribuiva il presunto fattore naturale del sesso ad una violenza politica funzionale al sistema fondato sul binarismo di genere di matrice eterosessuale.

“For there is no sex. There is but sex that is oppressed and sex that oppresses. It is oppression that creates sex and not the contrary.”

Monique Wittig, The straight mind

TERF: Trans-Exclusionary Radical Feminist

Di recente, è stato messo in discussione nello stesso discorso femminista la relazione tra la teoria femminista e i gender studies. Le TERF (femministe radicali trans-escludenti) o femministe gender-critical contestano l’identità trans, in particolare l’identità delle donne trans, sostenendo che solo il sesso è reale mentre il genere non è che una costruzione, intendendo che sia falso o nient’altro che un artificio. Rivendicano, quindi, diritti di proprietà sulle categorie di genere, in particolare sulla categoria di donna, mentre dicono di combattere con un fantomatico attacco alla femminilità, pensando che qualcuno di particolarmente ostile si stia appropriando indebitamente dei loro corpi: “finte donne” sottrarrebbero la loro legittima proprietà, ossia il loro sesso. Dall’altro lato, le donne trans riscontrano nel femminismo radicale contemporaneo la negazione della propria identità, tradotta in uno sforzo concertato per cancellare la loro stessa esistenza.
Il femminismo gender-critical trascura che i generi possono anche non restare vincolati per sempre alle condizioni eteronormative della loro immersione. Non dovrebbe esservi nessun motivo per nessuna forma di femminismo di allearsi con posizioni che si oppongono al genere, al solo fine di conservare l’ordine patriarcale o la gerarchia fra i generi.

“Il sesso può essere allo stesso tempo reale e mutevole, a meno che non crediamo che ciò che è vero debba coincidere sempre con ciò che è immutabile e non con ciò che è storico”.                                        

Judith Butler, Chi ha paura del gender?

Gli ambiti della ‘rappresentanza/rappresentazione’ politica e linguistica stabiliscono in anticipo i criteri secondo cui i soggetti stessi sono formati, con il risultato che la rappresentanza e la rappresentazione si estendono solo a ciò che può essere riconosciuto come soggetto. Bisogna qualificarsi come soggetto per essere rappresentato. 
Non solo il soggetto femminista si rivela essere costruito discorsivamente dallo stesso sistema politico che si suppone ne promuova l’emancipazione, ma accade spesso che il termine ‘donne’ denoti un’identità comune. Il discorso femminista ha spesso fatto affidamento sulla categoria di ‘donna’ come presupposto universale dell’esperienza culturale, il quale, nel suo status universale, fornisce una falsa promessa ontologica di una eventuale solidarietà politica. L’assunto politico che il femminismo debba avere una base universale, da rinvenire in un’identità che si presume esistere in diverse culture, spesso accompagna la tesi per cui l’oppressione delle donne ha uno stesso carattere rintracciabile nella struttura universale o egemonica del patriarcato o del dominio al maschile.
Non solo il binarismo mascolinità/femminilità costituisce l’unico quadro di riferimento in cui quella specificità può essere riconosciuta, ma anche lo «specifico» della femminilità viene di nuovo del tutto decontestualizzato e separato analiticamente e politicamente dalla costituzione della classe, della razza, dell’etnicità, e degli altri assi di relazioni di potere che costituiscono l’«identità». Questa presunta universalità e unità del soggetto del femminismo sono significativamente minate dai vincoli del discorso rappresentazionale entro cui funziona. Ovvero, la categoria “donne” acquisisce stabilità e coerenza solo nel contesto della matrice eterosessuale, ed è la stessa categoria a cui esclusivamente le femministe radicali si rivolgono.
Forse, paradossalmente, la ‘rappresentanza/rappresentazione’ dimostrerà di avere un senso per il femminismo solo quando il soggetto «donne» non ne costituirà più in alcun modo un presupposto.
Intanto, possiamo concludere affermando che un femminismo transfobico non è femminismo.

Benedetta Menna


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