In molte testate giornalistiche vastesi e abruzzesi, è stata recentemente riportata la notizia dell’acquisizione da parte della Arca Defense (Italy), multinazionale con sede principale ad Ankara e sede italiana a Milano, dell’azienda Esplodenti Sabino S.p.A. – la fabbrica di Casalbordino (CH) specializzata in smistamento, depotenziamento e demilitarizzazione di missili, ordigni e munizioni.

La Esplodenti Sabino è stata coinvolta, negli ultimi anni, in due incidenti: il primo verificatosi il 21 dicembre 2020, l’altro il 13 settembre 2023. Quest’ultimo ha portato alla sospensione definitiva delle attività dell’azienda; da allora, inoltre, 65 dipendenti sono in cassa integrazione.

In seguito agli accordi firmati il 1 ottobre si prospettano la riassunzione dei suddetti dipendenti e un ampliamento occupazionale in vista di un piano industriale da 100 milioni di euro.

Insomma, la Sabino, attiva dal 1972, fu una delle poche industrie attive in Europa per il settore della disattivazione di ordigni militari; appare dunque evidente il paradosso insito nella conversione della fabbrica, d’ora in avanti  impegnata nella produzione di strumenti che contribuiranno all’economia militare, in particolar modo se la si contestualizza nel periodo storico che stiamo vivendo.

Al momento della vendita, infatti, il genocidio palestinese e la guerra russo-ucraina, così come tutti gli altri conflitti globali, avevano già assunto tra la popolazione locale un’importanza non indifferente.

Bisogna inoltre considerare il tanto dibattuto riarmo europeo, contro il quale studenti, attivisti, associazioni e numerosi politici si sono opposti: non solo, quindi, c’è la possibilità che queste munizioni possano essere esportate nei Paesi attualmente in conflitto, ma anche che siano impiegate nella collaborazione italiana per il suddetto potenziamento militare.

È vergognoso,  dunque, che la decisione della Sabino vada a corroborare la scelta del nostro governo di spendere sempre di più nelle armi (si punta al 5% del PIL, per ora siamo ufficialmente al 2% [oltre i 31 miliardi]), lasciando alla deriva la sanità (6,3% del PIL, a fronte della media europea del 6,9%) e l’istruzione (solo il 3,9% del nostro PIL, troppo inferiore rispetto alla media dell’Unione Europea pari al 4,7%).

Inoltre,  la creazione di una nuova officina bellica non può non assumere una valenza morale, in quanto sorgono spontanei interrogativi riguardo alla presenza così vicina alla nostra realtà di un complesso industriale di tale rilevanza.

Sul piano etico, infatti, esiste un meccanismo che va avanti sin dalla prima grande rivoluzione industriale: quello della grande produzione a scapito di civiltà e popolazioni urbane.

In questo caso, dove vive questo meccanismo? Vive nell’etica della produzione di massa che, incurante delle conseguenze, ha il solo scopo di ricevere un introito finale che permetta all’azienda di sopravvivere.

Cosa succederebbe se da domani si smettesse di produrre armi e munizioni?

Probabilmente i conflitti sarebbero meno frequenti e, soprattutto, meno sanguinosi.

Si sa, in fondo, che le armi producono guerra e la guerra produce armi.
Noi, come parte di questo collettivo, ci schieriamo contro la produzione spietata di questo tipo di strumenti distruttivi. Ci rivolgiamo, quindi, agli studenti del territorio locale e a tutti coloro che sono scesi in piazza a manifestare contro quest’etica della guerra, poiché crediamo fermamente che tutti abbiano il diritto ad un’informazione libera e accessibile, al fine di creare una coscienza individuale e collettiva, attraverso la quale muoversi tra il mare di informazioni – spesso inconcludenti o superficiali – nel quale navighiamo ogni giorno.


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